sabato 20 giugno 2009
Montale Falsetto
Esterina, i vent'anni ti minacciano,
grigiorosea nube
che a poco a poco in sé ti chiude.
Ciò intendi e non paventi.
Sommersa ti vedremo
nella fumea che il vento
lacera o addensa, violento.
Poi dal fiotto di cenere uscirai
adusta più che mai,
proteso a un'avventura più lontana
l'intento viso che assembra
l'arciera Diana.
Salgono i venti autunni,
t'avviluppano andate primavere;
ecco per te rintocca
un presagio nell'elisie sfere.
Un suono non ti renda
qual d'incrinata brocca
percossa!; io prego sia
per te concerto ineffabile
di sonagliere.
La dubbia dimane non t'impaura.
Leggiadra ti distendi
sullo scoglio lucente di sale
e al sole bruci le membra.
Ricordi la lucertola
ferma sul masso brullo;
te insidia giovinezza,
quella il lacciòlo d'erba del fanciullo.
L'acqua' è la forza che ti tempra,
nell'acqua ti ritrovi e ti rinnovi:
noi ti pensiamo come un'alga, un ciottolo
come un'equorea creatura
che la salsedine non intacca
ma torna al lito più pura.
Hai ben ragione tu!
Non turbare
di ubbie il sorridente presente.
La tua gaiezza impegna già il futuro
ed un crollar di spalle
dirocca i fortilizî
del tuo domani oscuro.
T'alzi e t'avanzi sul ponticello
esiguo, sopra il gorgo che stride:
il tuo profilo s'incide
contro uno sfondo di perla.
Esiti a sommo del tremulo asse,
poi ridi, e come spiccata da un vento
t'abbatti fra le braccia
del tuo divino amico che t'afferra.
Ti guardiamo noi, della razza
di chi rimane a terra.
Eugenio Montale, Ossi di seppia
mercoledì 17 giugno 2009
In limine
vi rimena l' ondata della vita:
qui dove affonda un morto
viluppo di memorie,
orto non era, ma reliquario.
Il frullo che tu senti non è un volo,
ma il commuoversi dell' eterno grembo;
vedi che si trasforma questo lembo
di terra solitario in un crogiuolo.
Un rovello è di qua dall' erto muro.
Se procedi t' imbatti
tu forse nel fantasma che ti salva:
si compongono qui le storie, gli atti
scancellati pel giuoco del futuro.
Cerca una maglia rotta nella rete
che ci stringe, tu balza fuori, fuggi!
Va, per te l' ho pregato, - ora la sete
mi sarà lieve, meno acre la ruggine...
(Eugenio Montale)
sabato 6 giugno 2009
Il gorilla albino Calvino Paolomar.
Nello zoo di Barcellona esiste l’unico esemplare che si conosca al mondo di scimmione albino, un gorilla dell’Africa equatoriale. Il signor Palomar si fa largo tra la folla che s’assiepa nel suo padiglione. Al di là d’una vetrata, «Copito de Nieve» («Fiocco di neve», così lo chiamano) è una montagna di carne e pelo bianco. Seduto contro una parete sta prendendo il sole. La maschera facciale è d’un roseo umano, lavorata dalle rughe; anche il petto mostra una pelle glabra e rosea, come quella degli uomini di razza bianca. Quel viso dalle fattezze enormi, da gigante triste, ogni tanto si volta verso la folla dei visitatori oltre il vetro, a meno d’un metro da lui; un lento sguardo carico di desolazione e pazienza e noia, uno sguardo che esprime tutta la rassegnazione a essere come si è, unico esemplare ai mondo d’una forma non scelta, non amata, tutta la fatica di portarsi addosso la propria singolarità, tutta la pena d’occupare lo spazio e il tempo con la propria presenza così ingombrante e vistosa.
La vetrata apre la vista su un recinto circondato d’alte pareti in muratura che gli danno un aspetto di cortile di prigione ma che è in realtà il «giardino» della casa-gabbia dei gorilla, dal cui suolo s’elevano un basso albero senza foglie e una scala di ferro da palestra di ginnastica. Più in là nel cortiletto c’è la femmina, una grande gorilla nera con un piccolo pure nero in braccio: il biancore del pelo non si eredita; «Copito de Nieve» resta l’unico albino di tutti i gorilla.
Canuto e immobile, lo scimmione evoca alla mente del signor Palomar un’antichità immemoriale, come le montagne o le piramidi. In realtà è un animale giovane e solo il contrasto tra il volto roseo e il pelo candido che lo incornicia e soprattutto le rughe tutt’intorno agli occhi gli danno l’apparenza d’un vegliardo. Per il resto, l’aspetto di «Copito de Nieve» presenta meno somiglianze con l’uomo di quello d’altri Primati: al posto del naso le narici scavano una doppia voragine; le mani, pelose e - si direbbe - poco articolate, all’estremità di braccia molto lunghe e rigide, sono ancora in realtà delle zampe, e come tali il gorilla le usa nel camminare, appoggiandole al suolo come un quadrupede.
Ora queste braccia-zampe stringono contro il petto un copertone di pneumatico d’auto. Nell’enorme vuoto delle sue ore, «Copito de Nieve» non abbandona mai il copertone. Cosa sarà questo oggetto per lui? Un giocattolo? Un feticcio? Un talismano? A Palomar sembra di capire perfettamente il gorilla, il suo bisogno d’una cosa da tener stretta mentre tutto gli sfugge, una cosa in cui placare l’angoscia dell’isolamento, della diversità, della condanna a essere sempre considerato un fenomeno vivente, dalle sue femmine e dai suoi figli come dai visitatori dello zoo.
Anche la femmina possiede un copertone d’auto, ma questo per lei è un oggetto d’uso, con cui ha un rapporto pratico e senza problemi: ci sta seduta dentro come in una poltrona, a prendere il sole spulciando il figlioletto. Per «Copito de Nieve» invece il contatto col pneumatico sembra essere qualcosa d’affettivo, di possessivo e in qualche modo simbolico. Di lì gli si può aprire uno spiraglio verso quella che per l’uomo è la ricerca d’una via d’uscita dallo sgomento di vivere: l’investire se stesso nelle cose, il riconoscersi nei segni, il trasformare il mondo in un insieme di simboli; quasi un primo albeggiare della cultura nella lunga notte biologica. Per far questo il gorila albino dispone solo d’un copertone d’auto, un antefatto della produzione umana, estraneo a lui, privo d’ogni potenzialità simbolica, nudo di significati, astratto. Non si direbbe che a contemplarlo se ne possa cavare molto. Eppure, che cosa meglio d’un cerchio vuoto è in grado d’assumere tutti i significati che si vuole attribuirgli? Forse immedesimandosi in esso il gorilla è sul punto di raggiungere al fondo del silenzio le sorgenti da cui scaturisce il linguaggio, di stabilire un flusso di rapporti tra i suoi pensieri e l’irreducibile sorda evidenza dei fatti che determinano la sua vita...
Uscito dallo zoo il signor Palomar non può togliersi dalla mente l’immagine del gorilla albino. Prova a parlarne con chi incontra, ma non riesce a farsi ascoltare da nessuno. La notte, tanto nelle ore d’insonnia quanto nei brevi sogni, continua ad apparirgli lo scimmione. «Come il gorilla ha il suo pneumatico che gli serve da supporto tangibile per un farneticante discorso senza parole, - egli pensa, - così io ho quest’immagine d’uno scimmione bianco. Tutti rigiriamo tra le mani un vecchio copertone vuoto mediante il quale vorremmo raggiungere il senso ultimo a cui le parole non giungono».
(I. Calvino, Palomar, 1983)
martedì 2 giugno 2009
“Cristiani di Allah” – Massimo Carlotto -
"Lampedusa per noi"
“La brezza era perfetta per gonfiare le vele e dare modo all’equipaggio e al sottoscritto di prendere confidenza con quel nuovo e perciò sconosciuto sciabecco.
Veleggiammo al largo per qualche ora e solo quando fui sicuro della sua solidità e affidabilità ordinai di provare le manovre di battaglia con diverse bordate a salve per ogni fiancata. Quando mi convinsi che era la migliore nave che avessi mai comandato mi avvicinai al timoniere e gli dissi di puntare verso l’isola di Lampedusa, luogo di riunione della nostra flotta.
Era stata scelta perché era considerata zona franca sia dai musulmani che dai cristiani. Si poteva gettare l’àncora in una delle numerose cale e rifornirsi di acqua e legna senza timore di essere aggrediti. Poteva capitare di incontrare legni nemici, ma ognuno faceva quello che doveva senza mettere mano alle armi.
Nessuno aveva mai saputo spiegarmi quando e per quale motivo fosse stato preso questo tacito accordo tra avversari che solo qualche miglio al largo si sarebbero scannati senza pietà. Ma la cosa che consideravo più straordinaria era l’esistenza di una grotta, dedicata dai cattolici alla Madonna, dove era sepolto anche un marabutto turco. E dove gli oggetti e i simboli delle religioni si confondevano e tutti lasciavano in segno di carità un po’ di cibo per i naufraghi e i pescatori sfortunati.
E anche per gli schiavi che riuscivano a liberarsi delle catene e che, in fuga verso oriente od occidente, si fermavano qualche giorno a riprendere fiato. Nessuno poteva fare loro del male o catturarli, Lampedusa era zona franca anche per loro.”
“Cristiani di Allah” – Massimo Carlotto - [2008] - Incipit “Capitolo Quarto”
lunedì 1 giugno 2009
Apuleio Metamorfosi IX 5-7: Un esempio di fabula milesia
5 Is gracili pauperie laborans fabriles operas praebendo parvis illis mercedibus vitam tenebat. Erat ei tamen uxorcula etiam satis quidem tenuit et ipsa, verum tamen postrema lascivia famigerabilis. Sed die quadam, dum matutino ille ad opus susceptum proficiscitur, statim latenter inrepti eius hospitium temerarius adulter. Ac dum Veneris conluctationibus securius operantur, maritus ignarus rerum ac nihil etiam tum tale suspicans inprovisus hospitium repetit. Iam clausis et obseratis foribus uxoris laudata continentia ianuam pulsat, sibilo etiam praesentiam suam denuntiante. Tunc mulier callida et ad huius modi flagitia perastutula tenacissimis amplexibus expeditum hominem dolio, quod erat in angulo semiobrutum, sed alias vacuum, dissimulanter abscondit, et patefactis aedibus adhuc introeuntem maritum aspero sermone accipit: "Sinice vacuus et otiosus insinuatis manibus ambulabis mihi nec obito consueto labore vitae nostrae prospicies et aliquid cibatui parabis? At ego misera pernox et perdia lanificio nervos meos contorqueo, ut intra cellulam nostram saltem lucerna luceat. Quanto me felicior Daphne vicina, quae mero et prandio matutino saucia cum suis adulteris volutatur!"
6 Sic confutatus maritus: "Et quid istic est?" ait "Nam licet forensi negotio officinator noster attentus ferias nobis fecerit, tamen hodiernae cenulae nostrae propexi. Vide sis ut dolium, quod semper vacuum, frustra locum detinet tantum et re vera praeter impedimentum conversationis nostrae nihil praestat amplius. Istud ego sex denariis cuidam venditavi, et adest ut dato pretio secum rem suam ferat. Quin itaque praecingeris mihique manum tantisper accommodas, ut exobrutum protinus tradatur emptori.?
E re nata fallaciosa mulier temerarium tollens cachinnum: "Magnum" inquit "istum virum ac strenuum negotiatorem nacta sum, qui rem, quam ego mulier et intra hospitium contenta iam dudum septem denariis vendidi, minoris distraxit."
Additamento pretii laetus maritus: "Et quis est ille" ait "qui tanto praestinavit?" At illa: "Olim, inepte," inquit "descendit in dolium sedulo soliditatem eius probaturus."
7 Nec ille sermoni mulieris defuit, sed exurgens alacriter: "Vis" inquit "verum scire, mater familias? Hoc tibi dolium nimis vetustum est et multifariam rimis hiantibus quassum" ad maritumque eius dissimulanter conversus: "Quin tu, quicumque es, homuncio, lucernam" ait "actutum mihi expedis, ut erasis intrinsecus sordibus diligenter aptumne usui possim dinoscere, nisi nos putas aes de malo habere?" Nec quicquam moratus ac suspicatus acer et egregius ille maritus accensa lucerna: "Discere," inquit "frater, et otiosus adsiste, donec probe percuratum istud tibi repraesentem"; et cum dicto nudatus ipse delato numine scabiem vetustam cariosae testae occipit exsculpere. At vero adulter bellissimus ille pusio inclinatam dolio pronam uxorem fabri superincurvatus secure dedolabat. Ast illa capite in dolium demisso maritum suum astu meretricio tractabat ludicre; hoc et illud et aliud et rursus aliud purgandum demonstrat digito suo, donec utroque opere perfecto accepit septem denariis calamitosus faber collo suo gerens dolium coactus est ad hospitium adulteri perferre.
Dunque, quest'uomo che lavorava da fabbro faceva la miseria nera e, con quel che guadagnava, appena appena riusciva a vivere. Anche sua moglie, come lui, non aveva il becco d'un quattrino ma, in compenso, era libidinosa al massimo, e tutti lo sapevano.
Un giorno, di buon'ora, appena il marito se ne uscì per andare al lavoro, subito un amante, con estrema sfacciataggine, s'infilò in casa. Ma ecco che mentre i due s'azzuffavano alla bell'e meglio sul letto, l'ignaro marito, senza sospettare di nulla, tornò sui suoi passi e, trovando la porta chiusa e sprangata, fra sé compiacendosi dell'onestà della moglie, picchiò all'uscio e le dette anche un fischio per farsi riconoscere.
La moglie, furba e pratica in imbrogli di questo genere, si staccò dall'uomo che teneva stretto fra le braccia e, come se niente fosse, lo nascose in una botte vuota, seminterrata in un angolo; poi, aperta la porta, aggredì il marito che ancora nemmeno era entrato: «Ah, è così? Ora mi vai anche a spasso, con le mani in tasca, come uno sfaccendato, buono a nulla. Perché non sei andato a lavorare? Alla famiglia non ci pensi, no? Cos'è che mangeremo oggi? E io, disgraziata, che me ne sto notte e giorno a rompermi le braccia filando lana perché in questa stanzetta almeno ci sia accesa la lampada. Guarda Dafne, quella qui vicino invece, com'è più fortunata di me: mangia e beve da prima mattina e si rivoltola ora con uno ora con un altro.»
E il marito, dopo una simile strapazzata: «Ma che ti prende?» le fece. «Il padrone aveva una causa in tribunale e ci ha fatto far festa. Però io ci ho pensato lo stesso alla nostra cenetta. La vedi quella botte?: sempre vuota, occupa tanto spazio per nulla, anzi sempre lì tra i piedi è più un impiccio che altro in casa. Ebbene, l'ho venduta a un tale per sei denari; tra poco sarà qui con i quattrini e se la porterà via. Perciò dammi una mano a tirarla fuori, così gliela consegneremo subito.»
La moglie, pronta anche in una situazione come questa, scoppiò in una risata insolente e: «Ma che gran d'uomo che è mio marito; ha proprio il bernoccolo degli affari: mi va a vendere a un prezzo inferiore della roba che io, povera donna, sempre chiusa in casa, ho già venduto per sette denari.»
«E chi te l'ha comprata a così tanto?» fece lui tutto contento di quell'aumento di prezzo.
E lei: «Ah scemo! È già da un po' ch'è lì dentro, per vedere se è sana!»
Dal canto suo l'amante non fu da meno della donna e, spuntando fuori: «Vuoi sapere la verità, buona donna?» le fece. «Questa tua botte è troppo vecchia e sgangherata. Ha certe crepe che paion fessure,» e rivolgendosi come se nulla fosse al marito: «E tu buon uomo, chiunque sia, fammi il favore di darmi una lanterna; voglio toglierci tutto lo sporco per vedere se può ancora servire. Non crederai mica che io li vada a rubare i miei soldi!»
E quell'intelligentone, quella perla rara di marito, tutto premuroso senza sospettare di nulla, acceso il lume: «Tirati su di lì, amico mio, e stattene quieto e comodo. Ci penserò io a farlo e te la mostrerò quand'è pulita.» E così dicendo, toltisi gli abiti, si calò dentro con il lume e cominciò a raschiare tutta la gromma che con il tempo s'era formata in quella vecchia giara.
Dal canto suo l'amante, un pezzo di ragazzo, si lavorava di gusto, dal di dietro, la moglie del fabbro che se ne stava appoggiata e curva sulla giara e che anzi, da vera sgualdrina, sporgendo il capo all'interno, si prendeva gioco del marito dicendogli: «Pulisci qui, c'è ancora sporco lì, e qua e là,» finché portato a termine ciascuno il suo lavoro, e avuti i suoi sette denari, quel disgraziato fabbro fu costretto a caricarsi in spalla la giara e a portarla fino a casa del suo rivale. (Traduzione da latinovivo).
G. Boccaccio Decameron La novella di Peronella VII 2
Peronella mette un suo amante in un doglio**, tornando il marito a casa; il quale avendo il marito venduto, ella dice che venduto l'ha ad uno che dentro v'è a vedere se saldo gli pare. Il quale saltatone fuori, il fa radere al marito, e poi portarsenelo a casa sua.
Con grandissime risa fu la novella d'Emilia ascoltata e l'orazione per buona e per santa commendata da tutti; la quale al suo fine venuta essendo, comandò il re a Filostrato che seguitasse, il quale incominciò.
Carissime donne mie, elle son tante le beffe che gli uomini vi fanno, e spezialmente i mariti, che, quando alcuna volta avviene che donna niuna alcuna al marito ne faccia, voi non dovreste solamente esser contente che ciò fosse avvenuto o di risaperlo o d'udirlo dire ad alcuno, ma il dovreste voi medesime andare dicendo per tutto, acciò che per gli uomini si conosca che, se essi sanno, e le donne d'altra parte anche sanno: il che altro che utile essere non vi può; per ciò che, quando alcun sa che altri sappia, egli non si mette troppo leggiermente a volerlo ingannare.
Chi dubita dunque che ciò che oggi intorno a questa materia diremo, essendo risaputo dagli uomini, non fosse lor grandissima cagione di raffrenamento al beffarvi, conoscendo che voi similmente, volendo, ne sapreste fare? E' adunque mia intenzion di dirvi ciò che una giovinetta, quantunque di bassa condizione fosse, quasi in un momento di tempo, per salvezza di sé al marito facesse.
Egli non è ancora guari che in Napoli un povero uomo prese per moglie una bella e vaga giovinetta chiamata Peronella, ed esso con l'arte sua, che era muratore, ed ella filando, guadagnando assai sottilmente, la lor vita reggevano come potevano il meglio.
Avvenne che un giovane de' leggiadri, veggendo un giorno questa Peronella e piacendogli molto, s'innamorò di lei, e tanto in un modo e in uno altro la sollicitò, che con essolei si dimesticò. E a potere essere insieme presero tra sé questo ordine: che, con ciò fosse cosa che il marito di lei si levasse ogni mattina per tempo per andare a lavorare o a trovar lavorio, che il giovane fosse in parte che uscir lo vedesse fuori; ed essendo la contrada, che Avorio si chiama, molto solitaria, dove stava, uscito lui, egli in casa di lei se n'entrasse; e così molte volte fecero.
Ma pur tra l'altre avvenne una mattina che, essendo il buono uomo fuori uscito, e Giannello Scrignario, ché così aveva nome il giovane, entratogli in casa e standosi con Peronella, dopo alquanto, dove in tutto il dì tornar non soleva, a casa se ne tornò, e trovato l'uscio serrato dentro, picchiò, e dopo il picchiare cominciò seco a dire:
- O Iddio, lodato sia tu sempre; ché, benché tu m'abbi fatto povero, almeno m'hai tu consolato di buona e onesta giovane di moglie. Vedi come ella tosto serrò l'uscio dentro, come io ci uscii, acciò che alcuna persona entrar non ci potesse che noia le desse.
Peronella, sentito il marito, ché al modo del picchiare il conobbe, disse:
- Ohimè, Giannel mio, io son morta, ché ecco il marito mio, che tristo il faccia Iddio, che ci tornò, e non so che questo si voglia dire, ché egli non ci tornò mai più a questa otta; forse che ti vide egli quando tu c'entrasti. Ma, per l'amore di Dio, come che il fatto sia, entra in cotesto doglio che tu vedi costì, e io gli andrò ad aprire, e veggiamo quello che questo vuol dire di tornare stamane così tosto a casa.
Giannello prestamente entrò nel doglio, e Peronella andata all'uscio aprì al marito, e con un malviso disse:
- Ora questa che novella è, che tu così tosto torni a casa stamane? Per quello che mi paia vedere, tu non vuogli oggi far nulla, ché io ti veggio tornare co' ferri tuoi in mano; e, se tu fai così, di che viverem noi? Onde avrem noi del pane? Credi tu che io sofferi che tu m'impegni la gonnelluccia e gli altri miei pannicelli? che non fo il dì e la notte altro che filare, tanto che la carne mi s'è spiccata dall'unghia, per potere almeno aver tanto olio che n'arda la nostra lucerna. Marito, marito, egli non ci ha vicina che non se ne maravigli e che non facci beffe di me di tanta fatica quanta è quella che io duro; e tu mi torni a casa con le mani spenzolate, quando tu dovresti esser a lavorare.
E così detto, incominciò a piagnere e a dir da capo:
- Ohimè, lassa me, dolente me, in che mal'ora nacqui, in che mal punto ci venni! ché avrei potuto avere un giovane così da bene e nol volli, per venire a costui che non pensa cui egli s'ha recata a casa. L'altre si danno buon tempo con gli amanti loro, e non ce n'ha niuna che non n'abbia chi due e chi tre, e godono e mostrano a' mariti la luna per lo sole; e io, misera me!, perché son buona e non attendo a così fatte novelle, ho male e mala ventura; io non so perché io non mi pigli di questi amanti come fanno l'altre. Intendi sanamente, marito mio, che se io volessi far male, io troverrei ben con cui, ché egli ci son de' ben leggiadri che m'amano e voglionmi bene e hannomi mandato proferendo di molti denari, o voglionmi bene e hannomi mandato proferendo di molti denari, o voglio io robe o gioie, né mai mel sofferse il cuore, per ciò che io non fui figliuola di donna da ciò; e tu mi torni a casa quando tu dei essere a lavorare.
Disse il marito:
- Deh donna, non ti dar malinconia, per Dio; tu dei credere che io conosco chi tu se', e pure stamane me ne sono in parte avveduto. Egli è il vero ch'io andai per lavorare, ma egli mostra che tu nol sappi, come io medesimo nol sapeva: egli è oggi la festa di santo Galeone, e non si lavora, e per ciò mi sono tornato a questa ora a casa; ma io ho nondimeno proveduto e trovato modo che noi avremo del pane per più d'un mese, ché io ho venduto a costui che tu vedi qui con me co il doglio, il quale tu sai che, già è cotanto, ha tenuta la casa impacciata, e dammene cinque gigliati.
Disse allora Peronella:
- E tutto questo è del dolor mio: tu che se'uomo e vai attorno, e dovresti sapere delle cose del mondo, hai venduto un doglio cinque gigliati, il quale io feminella che non fu'mai appena fuor dell'uscio, veggendo lo 'mpaccio che in casa ci dava, l'ho venduto sette ad un buono uomo, il quale, come tu qui tornasti, v'entrò dentro per vedere se saldo era.
Quando il marito udì questo, fu più che contento, e disse a colui che venuto era per esso:
- Buon uomo, vatti con Dio; ché tu odi che mia mogliere l'ha venduto sette, dove tu non me ne davi altro che cinque.
Il buono uomo disse:
- In buona ora sia; - e andossene.
E Peronella disse al marito:
- Vien su tu, poscia che tu ci se', e vedi con lui insieme i fatti nostri.
Giannello, il quale stava con gli orecchi levati per vedere se di nulla gli bisognasse temere o provvedersi, udite le parole di Peronella, prestamente si gittò fuor del doglio, e quasi niente sentito avesse della tornata del marito, cominciò a dire:
- Dove se', buona donna? Al quale il marito, che già veniva, disse:
- Eccomi, che domandi tu?
Disse Giannello:
- Qual se'tu? Io vorrei la donna con la quale io feci il mercato di questo doglio.
Disse il buono uomo:
- Fate sicuramente meco, ché io son suo marito.
Disse allora Giannello:
- Il doglio mi par ben saldo, ma egli mi pare che voi ci abbiate tenuta entro feccia, ché egli è tutto impiastricciato di non so che cosa sì secca, che io non ne posso levar con l'unghie, e però nol torrei se io nol vedessi prima netto.
Disse allora Peronella:
- No, per quello non rimarrà il mercato; mio marito il netterà tutto.
E il marito disse:
- Sì bene; - e posti giù i ferri suoi, e ispogliatosi in camicione, si fece accendere un lume e dare una radimadia, e fuvvi entrato dentro e cominciò a radere. E Peronella, quasi veder volesse ciò che facesse, messo il capo per la bocca del doglio, che molto grande non era, e oltre a questo l'un de' bracci con tutta la spalla, cominciò a dire:
- Radi quivi, e quivi, e anche colà; - e: - Vedine qui rimaso un micolino.
E mentre che così stava e al marito insegnava e ricordava, Giannello, il quale appieno non aveva quella mattina il suo disidero ancor fornito quando il marito venne, veggendo che come volea non potea, s'argomentò di fornirlo come potesse; e a lei accostatosi, che tutta chiusa teneva la bocca del doglio, e in quella guisa che negli ampi campi gli sfrenati cavalli e d'amor caldi le cavalle di Partia assaliscono, ad effetto recò il giovinil desiderio, il quale quasi in un medesimo punto ebbe perfezione e fu raso il doglio, ed egli scostatosi, e la Peronella tratto il capo del doglio, e il marito uscitone fuori.
Per che Peronella disse a Giannello:
- Te'questo lume, buono uomo, e guata se egli è netto a tuo modo.
Giannello, guardatovi dentro, disse che stava bene, e che egli era contento; e datigli sette gigliati, a casa sel fece portare.
**Doglio=giara
giovedì 7 maggio 2009
U. Saba dal Canzoniere
- A mia moglie
- Tu sei come una giovane
- una bianca pollastra.
- Le si arruffano al vento
- le piume, il collo china
- per bere, e in terra raspa;
- ma, nell'andare, ha il lento
- tuo passo di regina,
- ed incede sull'erba
- pettoruta e superba.
- È migliore del maschio.
- È come sono tutte
- le femmine di tutti
- i sereni animali
- che avvicinano a Dio,
- Così, se l'occhio, se il giudizio mio
- non m'inganna, fra queste hai le tue uguali,
- e in nessun'altra donna.
- Quando la sera assonna
- le gallinelle,
- mettono voci che ricordan quelle,
- dolcissime, onde a volte dei tuoi mali
- ti quereli, e non sai
- che la tua voce ha la soave e triste
- musica dei pollai.
- Tu sei come una gravida
- giovenca;
- libera ancora e senza
- gravezza, anzi festosa;
- che, se la lisci, il collo
- volge, ove tinge un rosa
- tenero la tua carne.
- se l'incontri e muggire
- l'odi, tanto è quel suono
- lamentoso, che l'erba
- strappi, per farle un dono.
- È così che il mio dono
- t'offro quando sei triste.
- Tu sei come una lunga
- cagna, che sempre tanta
- dolcezza ha negli occhi,
- e ferocia nel cuore.
- Ai tuoi piedi una santa
- sembra, che d'un fervore
- indomabile arda,
- e così ti riguarda
- come il suo Dio e Signore.
- Quando in casa o per via
- segue, a chi solo tenti
- avvicinarsi, i denti
- candidissimi scopre.
- Ed il suo amore soffre
- di gelosia.
- Tu sei come la pavida
- coniglia. Entro l'angusta
- gabbia ritta al vederti
- s'alza,
- e verso te gli orecchi
- alti protende e fermi;
- che la crusca e i radicchi
- tu le porti, di cui
- priva in sé si rannicchia,
- cerca gli angoli bui.
- Chi potrebbe quel cibo
- ritoglierle? chi il pelo
- che si strappa di dosso,
- per aggiungerlo al nido
- dove poi partorire?
- Chi mai farti soffrire?
- Tu sei come la rondine
- che torna in primavera.
- Ma in autunno riparte;
- e tu non hai quest'arte.
- Tu questo hai della rondine:
- le movenze leggere:
- questo che a me, che mi sentiva ed era
- vecchio, annunciavi un'altra primavera.
- Tu sei come la provvida
- formica. Di lei, quando
- escono alla campagna,
- parla al bimbo la nonna
- che l'accompagna.
- E così nella pecchia
- ti ritrovo, ed in tutte
- le femmine di tutti
- i sereni animali
- che avvicinano a Dio;
- e in nessun'altra donna.
mercoledì 6 maggio 2009
De rerum natura II 1090-1104
libera continuo, dominis privata superbis,
ipsa sua per se sponte omnia dis agere expers.
nam pro sancta deum tranquilla pectora pace
quae placidum degunt aevom vitamque serenam,
quis regere immensi summam, quis habere profundi
indu manu validas potis est moderanter habenas,
quis pariter caelos omnis convertere et omnis
ignibus aetheriis terras suffire feracis,
omnibus inve locis esse omni tempore praesto,
nubibus ut tenebras faciat caelique serena
concutiat sonitu, tum fulmina mittat et aedis
saepe suas disturbet et in deserta recedens
saeviat exercens telum, quod saepe nocentes
praeterit exanimatque indignos inque merentes
II 1090-1104
mercoledì 22 aprile 2009
domenica 19 aprile 2009
Omar Khayyam

e non perderti in lacrime sul domani che viene:
su passato e futuro non far fondamento
vivi dell'oggi e non perdere al vento la vita.
Un popolo è immerso in pensieri di religione e di fede,
un gruppo è perplesso fra dubbio e certezza.
D'improvviso verrà dalle insidie un banditore:
"Oh ignari, non è quella la via, non è questa!".
Perché parlare dei cinque sensi o dei quattro elementi, o coppiere?
che importa se è Uno il problema o sono centomila,
siamo fatti di polvere: prendi il liuto, o coppiere!
Siamo fatti di vento: porta il vino, o coppiere!
Vieni accarezza le chiome di una gentile fanciulla,
prima che il fato ti infranga le membra.
Godi una coppa di vino finché il tuo nome è sul Libro della Vita.
Il cuore domato dal vino non è preda d'affanni.
Un giorno verrà, sappilo, che dall'anima verrai allontanato
e per sempre sarai oltre il velo del nulla.
Bevi, bevi, poiché non sai da dove venisti
e sii lieto poiché non sai dove un giorno andrai.
Peccato! Il capitale sfuggì dalle mani
e per colpa del fato molti cuori ha fatto di sangue
nessuno verrà dal quel mondo, a cui potrò domandare:
"Che cosa su mai degli affari del viandante del mondo?"
Fino a quando avrai la fronte corrucciata da tristi pensieri ( e qui mi viene in mente un Epodo di Orazio)
non è dato trovare la Via con l'essere triste.
La mia vita e la tua sono estranee al nostro potere,
rassegnati, quindi al destino, è questa la vita del saggio.
La luna col suo raggio ha strappato la veste alla notte
bevi del vino perché un attimo simile a questo non è dato.
Vivi gioioso e sappi che molti chiari di luna
sulla terra, a uno a uno, torneranno a brillare.
Al volto del fiore è caro lo zefiro di primavera,
alla corte del prato piace il volto di una bella fanciulla.
Del tempo passato qualsiasi cosa tu dica, non è bella
sii lieto e non parlare di ieri, che l'oggi è gioioso.
Dalla dimora del peccato alla fede è un soffio.
Dal mondo del dubbio alla verità, pure, è un soffio.
E' l'uomo onorato che ha caro quel soffio:
questa vita dell'oggi è proprio quel soffio.
Dicono: "paradiso huri e Kauthar ci saranno,
ruscelli si vino, latte, zucchero e miele".
Offri una coppa in memoria di quelli, o Coppiere!
Moneta contate è meglio di mille cambiali.
Da
Omar Khayyam (1048 - 1131), quartine.
giovedì 16 aprile 2009
Il sogno
Era il mattino, e tra le chiuse imposte
Per lo balcone insinuava il sole
Nella mia cieca stanza il primo albore;
Quando in sul tempo che più leve il sonno
E più soave le pupille adombra,
Stettemi allato e riguardommi in viso
Il simulacro di colei che amore
Prima insegnommi, e poi lasciommi in pianto.
Morta non mi parea, ma trista, e quale
Degl'infelici è la sembianza. Al capo
Appressommi la destra, e sospirando,
Vivi, mi disse. e ricordanza alcuna
Serbi di noi? Donde, risposi, e come
Vieni, o cara beltà? Quanto, deh quanto
Di te mi dolse e duol: nè mi credea
Che risaper tu lo dovessi; e questo
Facea più sconsolato il dolor mio.
Ma sei tu per lasciarmi un'altra volta?
Io n'ho gran tema. Or dimmi, e che t'avvenne?
Sei tu quella di prima? E che ti strugge
Internamente? Obblivione ingombra
I tuoi pensieri, e gli avviluppa il sonno,
Disse colei. Son morta, e mi vedesti
L'ultima volta, or son più lune. Immensa
Doglia m oppresse a queste voci il petto.
Ella seguì: nel fior degli anni estinta,
Quand'è il viver più dolce, e pria che il core
Certo si renda com'è tutta indarno
L' umana speme. A desiar colei
Che d ogni affanno il tragge, ha poco andare
L'egro mortal; ma sconsolata arriva
La morte ai giovanetti, e duro è il fato
Di quella speme che sotterra è spenta.
Vano è saper quel che natura asconde
Agl'inesperti della vita, e molto
All'immatura sapienza il cieco
Dolor prevale. Oh sfortunata, oh cara,
Taci, taci, diss'io, che tu mi schianti
Con questi detti il cor. Dunque sei morta,
O mia diletta, ed io son vivo, ed era
Pur fisso in ciel che quei sudori estremi
Cotesta cara e tenerella salma
Provar dovesse, a me restasse intera
Questa misera spoglia? Oh quante volte
In ripensar che più non vivi, e mai
Non avverrà ch'io ti ritrovi al mondo,
Creder nol posso. Ahi ahi, che cosa è questa
Che morte s'addimanda? Oggi per prova
Intenderlo potessi, e il capo inerme
Agli atroci del fato odii sottrarre.
Giovane son, ma si consuma e perde
La giovanezza mia come vecchiezza;
La qual pavento, e pur m'è lunge assai.
Ma poco da vecchiezza si discorda
Il fior dell'età mia. Nascemmo al pianto,
Disse, ambedue; felicità non rise
Al viver nostro; e dilettossi il cielo
De' nostri affanni. Or se di pianto il ciglio,
Soggiunsi, e di pallor velato il viso
Per la tua dipartita, e se d'angoscia
Porto gravido il cor; dimmi: d'amore
Favilla alcuna, o di pietà, giammai
Verso il misero amante il cor t'assalse
Mentre vivesti? Io disperando allora
E sperando traea le notti e i giorni;
Oggi nel vano dubitar si stanca
La mente mia. Che se una volta sola
Dolor ti strinse di mia negra vita,
Non mel celar, ti prego, e mi soccorra
La rimembranza or che il futuro è tolto
Ai nostri giorni. E quella: ti conforta,
O sventurato. Io di pietade avara
Non ti fui mentre vissi, ed or non sono,
Che fui misera anch'io. Non far querela
Di questa infelicissima fanciulla.
Per le sventure nostre, e per l'amore
Che mi strugge, esclamai; per lo diletto
Nome di giovanezza e la perduta
Speme dei nostri dì, concedi, o cara,
Che la tua destra io tocchi. Ed ella, in atto
Soave e tristo, la porgeva. Or mentre
Di baci la ricopro, e d'affannosa
Dolcezza palpitando all'anelante
Seno la stringo, di sudore il volto
Ferveva e il petto, nelle fauci stava
La voce, al guardo traballava il giorno.
Quando colei teneramente affissi
Gli occhi negli occhi miei, già scordi, o caro,
Disse, che di beltà son fatta ignuda?
E tu d'amore, o sfortunato, indarno
Ti scaldi e fremi. Or finalmente addio.
Nostre misere menti e nostre salme
Son disgiunte in eterno. A me non vivi
E mai più non vivrai: già ruppe il fato
La fe che mi giurasti. Allor d'angoscia
Gridar volendo, e spasimando, e pregne
Di sconsolato pianto le pupille,
Dal sonno mi disciolsi. Ella negli occhi
Pur mi restava, e nell'incerto raggio
Del Sol vederla io mi credeva ancora.
La sera del dì di festa
Dolce e chiara è la notte e senza vento,
E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
Posa la luna, e di lontan rivela
Serena ogni montagna. O donna mia,
Già tace ogni sentiero, e pei balconi
Rara traluce la notturna lampa:
Tu dormi, che t'accolse agevol sonno
Nelle tue chete stanze; e non ti morde
Cura nessuna; e già non sai nè pensi
Quanta piaga m'apristi in mezzo al petto.
Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno
Appare in vista, a salutar m'affaccio,
E l'antica natura onnipossente,
Che mi fece all'affanno. A te la speme
Nego, mi disse, anche la speme; e d'altro
Non brillin gli occhi tuoi se non di pianto.
Questo dì fu solenne: or da' trastulli
Prendi riposo; e forse ti rimembra
In sogno a quanti oggi piacesti, e quanti
Piacquero a te: non io, non già, ch'io speri,
Al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo
Quanto a viver mi resti, e qui per terra
Mi getto, e grido, e fremo. Oh giorni orrendi
In così verde etate! Ahi, per la via
Odo non lunge il solitario canto
Dell'artigian, che riede a tarda notte,
Dopo i sollazzi, al suo povero ostello;
E fieramente mi si stringe il core,
A pensar come tutto al mondo passa,
E quasi orma non lascia. Ecco è fuggito
Il dì festivo, ed al festivo il giorno
Volgar succede, e se ne porta il tempo
Ogni umano accidente. Or dov'è il suono
Di que' popoli antichi? or dov'è il grido
De' nostri avi famosi, e il grande impero
Di quella Roma, e l'armi, e il fragorio
Che n'andò per la terra e l'oceano?
Tutto è pace e silenzio, e tutto posa
Il mondo, e più di lor non si ragiona.
Nella mia prima età, quando s'aspetta
Bramosamente il dì festivo, or poscia
Ch'egli era spento, io doloroso, in veglia,
Premea le piume; ed alla tarda notte
Un canto che s'udia per li sentieri
Lontanando morire a poco a poco,
Già similmente mi stringeva il core.
Giacomo Leopardi Canti.
Alla sua donna
Alla sua donna
Cara beltà che amore
Lunge m’inspiri o nascondendo il viso,
Fuor se nel sonno il core
Ombra diva mi scuoti,
O ne’ campi ove splenda
Più vago il giorno e di natura il riso;
Forse tu l’innocente
Secol beasti che dall’oro ha nome,
Or leve intra la gente
Anima voli? o te la sorte avara
Ch’a noi t’asconde, agli avvenir prepara?
Viva mirarti omai
Nulla spene m’avanza;
S’allor non fosse, allor che ignudo e solo
Per novo calle a peregrina stanza
Verrà lo spirto mio. Già sul novello
Aprir di mia giornata incerta e bruna,
Te viatrice in questo arido suolo
Io mi pensai. Ma non è cosa in terra
Che ti somigli; e s’anco pari alcuna
Ti fosse al volto, agli atti, alla favella,
Saria, così conforme, assai men bella.
Fra cotanto dolore
Quanto all’umana età propose il fato,
Se vera e quale il mio pensier ti pinge,
Alcun t’amasse in terra, a lui pur fora
Questo viver beato:
E ben chiaro vegg’io siccome ancora
Seguir loda e virtù qual ne’ prim’anni
L’amor tuo mi farebbe. Or non aggiunse
Il ciel nullo conforto ai nostri affanni;
E teco la mortal vita saria
Simile a quella che nel cielo india.
Per le valli, ove suona
Del faticoso agricoltore il canto,
Ed io seggo e mi lagno
Del giovanile error che m’abbandona;
E per li poggi, ov’io rimembro e piagno
I perduti desiri, e la perduta
Speme de’ giorni miei; di te pensando,
A palpitar mi sveglio. E potess’io,
Nel secol tetro e in questo aer nefando,
L’alta specie serbar; che dell’imago,
Poi che del ver m’è tolto, assai m’appago.
Se dell’eterne idee
L’una sei tu, cui di sensibil forma
Sdegni l’eterno senno esser vestita,
E fra caduche spoglie
Provar gli affanni di funerea vita;
O s’altra terra ne’ superni giri
Fra’ mondi innumerabili t’accoglie,
E più vaga del Sol prossima stella
T’irraggia, e più benigno etere spiri;
Di qua dove son gli anni infausti e brevi,
Questo d’ignoto amante inno ricevi.
Giacomo Leopardi - Canti
Alla Luna
Che, or volge l'anno, sovra questo colle
Io venia pien d'angoscia a rimirarti:
E tu pendevi allor su quella selva
5 Siccome or fai, che tutta la rischiari.
Ma nebuloso e tremulo dal pianto
Che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
Il tuo volto apparia, che travagliosa
Era mia vita: ed è, né cangia stile,
10 O mia diletta luna. E pur mi giova
La ricordanza, e il noverar l'etate
Del mio dolore. Oh come grato occorre
Nel tempo giovanil, quando ancor lungo
La speme e breve ha la memoria il corso,
15 Il rimembrar delle passate cose,
Ancor che triste, e che l'affanno duri!
mercoledì 15 aprile 2009
ἀθάνατοϛ ποίησιϛ lo spazio della lirica greca: Saffo frammento 130 V (vv. 1-2)
γλυκύπικρον ἀμάχανον ὄρπετον
...
Eros che scioglie le membra mi scuote nuovamente:
dolceagra invincibile belva.
lunedì 13 aprile 2009
Cos'è la filologia? I
| Filologia è quella onorevole arte che esige dal suo cultore soprattutto una cosa, trarsi da parte, lasciarsi tempo, divenire silenzioso, divenire lento, essendo un'arte e una perizia da orafi della parola, che deve compiere un finissimo attento lavoro e non raggiunge nulla se non lo raggiunge lento. Ma proprio per questo fatto è oggi più necessaria che mai; è proprio per questo che essa ci attira e ci incanta quanto mai fortemente, nel cuore di un'epoca del "lavoro": intendo dire della fretta, della precipitazione indecorosa e sudaticcia, che vuol "sbrigare" immediatamente ogni cosa (...). Per una tale arte non è tanto facile sbrigare qualsiasi cosa perché essa ci insegna a leggere bene, cioè a leggere lentamente in profondità, guardandosi avanti e indietro, non senza secondi fini, lasciando porte aperte, con dita e con occhi delicati. | |
| Nietzsche Fa anche parte del mio gusto non scrivere più nulla che porti alla disperazione di gente frettolosa. La filologia è lesinare tempo, divenire silenzioso, divenire lento. Non si raggiunge nulla se non lo si raggiunge lentamente. Leggere bene è leggere lentamente, in profondità, lasciando porte aperte, con dita e occhi delicati. Dante Isella |
sabato 11 aprile 2009
Orazio Ode I 38
Persicos odi, puer, apparatus,
displicent nexae philyra coronae,
mitte sectari, rosa quo locorum
sera moretur.
Simplici myrto nihil adlabores 5
sedulus, curo: neque te ministrum
dedecet myrtus neque me sub arta
vite bibentem.
Oh fanciullo detesto lo sfarzo delle cerimonie persiane
non mi piacciono le corone intrecciate con nobili fronde,
desisti dal cercare il luogo dove la rosa
tardi ad appassire.
Non mi preoccupo che tu solerte
aggiunga qualcosa al semplice mirto; il mirto
non macchia né te che servi né me
che siedo sotto la vite.
E' l'ultima ode del libro primo, il poeta chiede al ragazzo che lo serve di non preoccuparsi di altro che delle piccole cose che lo allietano.
Questa è un'ode alla serenità che giunge dopo l'estate nel mite autunno, il poeta non vuole lo sfarzo, l'oro, oppure le corone di nobili fronde,
egli preferisce bere dotto la l'umile vite in tranquillità. Possiamo però notare nella classica compostezza anche una vena di malinconia quando dichiara di rifiutare la rosa per il mirto, e sappiamo che la rosa è il simbolo della giovinezza e dell'amore e la rinuncia di essa è fonte di dispiacere.
Lo stile è semplice e limpido, che ricalca il senso questa poesia fornisce un esempio di quel " minimo di segni massimo di poesia" che per Nietzsche rappresenta la forza della poesia oraziana. Traina, infine, aggiunge che tutta l'ode è giocata su una triplice.
Orazio Ode III 9
Donec gratus eram tibi,
nec quisquam potior bracchia candidae
cervici iuvenis dabat,
Persarum vigui rege beatior.
donec non alia magis
arsisti, neque erat Lydia post Chloen,
multi Lydia nominis
Romana vigui clarior Ilia.
me nunc Thressa Chloe regit,
dulces docta modos et citharae sciens,
pro qua non metuam mori,
si parcent animae fata supersiti.
me torret face mutua
Thurini Calais filius Ornyti,
pro quo bis patiar mori,
si parcent puero fata supersiti.
quid si prisca redit Venus
diductosque iugo cogit aeneo,
si flava excutitur Chloe
reiectaeque patet ianua Lydiae?
quamquam sidere pulchrior
ille est, tu levior cortice et improbo
iracundior Hadria,
tecum vivere amem, tecum obeam libens.
Finché ti piacevo,
e nessun giovane più fortunato gettava le braccia
intorno al tuo collo candido,
vissi più felice del re dei persiani.
Finché non ardesti di più per un'altra
e non c'era Lidia dopo Cloe,
io Lidia di molta fama
brillai di più di Ilia romana.
Ora mi regge la Tracia Cloe
che sa dolci melodie e e sa suonare la cetra,
per quella temerei di morire,
se i fati la risparmieranno, lei che la mia amata.
Mi brucia di fuoco corrisposto
Clais, figlio di Ornito da Turi,
per il quale sopporterei due volte di morire
se i fati risparmieranno il ragazzo.
E se ritorna l'antico amore
i due amanti sono separati sotto il bronzeo giogo,
se la bionda Cloe è scossa via,
mi apre la porta Lidia lasciata?
Anche se quello è più bello delle stelle,
tu sei più lieve della corteccia del sughero e più violento
dell'agitato Adriatico,
con te amerei vivere, con te volentieri morirei.
Qui vediamo un Orazio abbastanza controllato, ma non meno passionale di un Catullo o di Tibullo, in lui prevale l'aspirazione per l'autàrkeia di provenienza epicurea. L'ideale da perseguire è il controllo delle passioni e non la sospensione del sentimento. Tra le passioni che compaiono con più forza nell'ode vi è la gelosia: tra le tante amanti, Lidia ha lasciato un segno molto evidente; nel nostro poeta vi è pure la rabbia che qualcuno abbia posto le braccia attorno al collo della sua amata. Ognuno tende a rimarcare, come in una sfida, le qualità del proprio amante e a sottolineare la devozione che ha per lui, ma alla fine entrambi cedono e si scambiano un proposito di fedeltà eterna. Come già Lucrezio, nel libro IV del De rerum natura, ha delineato un quadro angosciante della passione amorosa, Orazio, anche lui epicureo, sembra scoprire che la soluzione per i turbamenti legati all'amore, sia un foedus ( per riprendere un termine della poesia latina), un legame duraturo; ciò potrebbe dimostrare un legame con il mos maiorum. Riprendo due cose riguardo allo stile, e la metrica: Orazio usa il sistema asclepiadeo quarto per la sua duttilità; sono numerose le riprese verbali e le anafore.
Orazio Epodo 13

Orazio Epodo 13.
Horrida tempestas caelum contraxit et imbres
nivesque deducunt Iovem; nunc mare, nunc silvae
Threicio aquilone sonant. Rapiamus, amici,
occasionem de die, dumque virent genua
et decet, obducta solvatur fronte senectus.
Tu vina Torquato move consule pressa meo.
Cetera mitte loqui: deus haec fortasse benigna
Reducem in sedem vice. Nunc et Achaemenio
Perfundi nardo iuvat et fide Cyllenea
levare diris pectora sollicitudinibus,
nobilis ut grandi cecinit Centaurus alumno:
"invicte, mortalis dea nate puer Thetide,
te manet Assarici tellus, quam frigida parvi
findunt Scamandri flumina lubricus et Simois,
unde tibi reditum certo subtemine Parcae
rupere, nec mater domum caerula te revehet.
Illic omne malum vino cantuque levato,
deformis aegrimoniae dulcibus alloquiis".
(Q. Horati Flacci Epodon liber, 13)
Una tempesta minacciosa si staglia all’orizzonte e
le fredde piogge che cadono dal cielo ci travolgono: il vento gelido dei monti di Tracia strepita tra i boschi e sul mare.
Amici miei, cogliamo ora ciò che la vita ci offre,
mentre le forze ancora corroborano il nostro corpo, e con moderazione rassereniamoci.
Tu mesci il vino vendemmiato nell’anno in cui nacqui; smettila di preoccuparti: un dio, forse, cambierà tutto in bene. Ora dobbiamo solo cospargerci d’olio profumato e, al suono della lira,
allontanare l’ansia per il domani.
Tali parole disse il Centauro Chirone ad Achille:
“Oh ragazzo invincibile, se anche da una dea nascesti, sempre t’attende la nera palude degli inferi: devi salpare verso Troia laggiù troverai la guerra, e le parche, ahimé infallibili, taglieranno il filo della tua giovane vita e la cerulea madre tua benché potente non potrà farti riveder le stelle. Là soffocherai ogni dolore col vino, col canto: dolci conforti all’angoscia che ci sfigura.
Eschilo Agamennone

coglierà pienamente la saggezza, (phrenôn to pân)
a Zeus che ha avvinto i mortali
a essere saggi, che ha posto come valida legge
saggezza attraverso la sofferenza.
(ton panthei màthos
thénta kyrìos échein).
Eschilo Agamennone vv 174 178
Traduzione E. Medda, L. Battezzato M.P. Pattoni
Ζῆνα δέ τις προφρόνως ἐπινίκια κλάζων
τεύξεται φρενῶν τὸ πᾶν
τὸν φρονεῖν βροτοὺς ὁδώ-
σαντα, τὸν πάθει μάθος
θέντα κυρίως ἔχειν.
venerdì 10 aprile 2009
Il suonatore Jones
In un vortice di polvere
gli altri vedevan siccità,
a me ricordava
la gonna di Jenny
in un ballo di tanti anni fa.
Sentivo la mia terra
vibrare di suoni, era il mio cuore
e allora perché coltivarla ancora,
come pensarla migliore.
Libertà l'ho vista dormire
nei campi coltivati
a cielo e denaro,
a cielo ed amore,
protetta da un filo spinato.
Libertà l'ho vista svegliarsi
ogni volta che ho suonato
per un fruscio di ragazze
a un ballo,
per un compagno ubriaco.
E poi se la gente sa,
e la gente lo sa che sai suonare,
suonare ti tocca
per tutta la vita
e ti piace lasciarti ascoltare.
Finii con i campi alle ortiche
finii con un flauto spezzato
e un ridere rauco
ricordi tanti
e nemmeno un rimpianto.
Un Medico
Da bambino volevo guarire i ciliegi
quando rossi di frutti li credevo feriti
la salute per me li aveva lasciati
coi fiori di neve che avevan perduti.
Un sogno, fu un sogno ma non durò poco
per questo giurai che avrei fatto il dottore
e non per un dio ma nemmeno per gioco:
perché i ciliegi tornassero in fiore,
perché i ciliegi tornassero in fiore.
E quando dottore lo fui finalmente
non volli tradire il bambino per l'uomo
e vennero in tanti e si chiamavano "gente"
ciliegi malati in ogni stagione.
E i colleghi d'accordo i colleghi contenti
nel leggermi in cuore tanta voglia d'amare
mi spedirono il meglio dei loro clienti
con la diagnosi in faccia e per tutti era uguale:
ammalato di fame incapace a pagare.
E allora capii fui costretto a capire
che fare il dottore è soltanto un mestiere
che la scienza non puoi regalarla alla gente
se non vuoi ammalarti dell'identico male,
se non vuoi che il sistema ti pigli per fame.
E il sistema sicuro è pigliarti per fame
nei tuoi figli in tua moglie che ormai ti disprezza,
perciò chiusi in bottiglia quei fiori di neve,
l'etichetta diceva: elisir di giovinezza.
E un giudice, un giudice con la faccia da uomo
mi spedì a sfogliare i tramonti in prigione
inutile al mondo ed alle mie dita
bollato per sempre truffatore imbroglione
dottor professor truffatore imbroglione.
Un Blasfemo
(Dietro Ogni Blasfemo C'è Un Giardino Incantato)
Mai più mi chinai e nemmeno su un fiore,
più non arrossii nel rubare l'amore
dal momento che Inverno mi convinse che Dio
non sarebbe arrossito rubandomi il mio.
Mi arrestarono un giorno per le donne ed il vino,
non avevano leggi per punire un blasfemo,
non mi uccise la morte, ma due guardie bigotte,
mi cercarono l'anima a forza di botte.
Perché dissi che Dio imbrogliò il primo uomo,
lo costrinse a viaggiare una vita da scemo,
nel giardino incantato lo costrinse a sognare,
a ignorare che al mondo c'e' il bene e c'è il male.
Quando vide che l'uomo allungava le dita
a rubargli il mistero di una mela proibita
per paura che ormai non avesse padroni
lo fermò con la morte, inventò le stagioni.
... mi cercarono l'anima a forza di botte...
E se furon due guardie a fermarmi la vita,
è proprio qui sulla terra la mela proibita,
e non Dio, ma qualcuno che per noi l'ha inventato,
ci costringe a sognare in un giardino incantato,
ci costringe a sognare in un giardino incantato
ci costringe a sognare in un giardino incantato.
Un giudice
Cosa vuol dire avere
un metro e mezzo di statura,
ve lo rivelan gli occhi
e le battute della gente,
o la curiosità
di una ragazza irriverente
che si avvicina solo
per un suo dubbio impertinente:
vuole scoprir se è vero
quanto si dice intorno ai nani,
che siano i più forniti
della virtù meno apparente,
fra tutte le virtù
la più indecente.
Passano gli anni, i mesi,
e se li conti anche i minuti,
è triste trovarsi adulti
senza essere cresciuti;
la maldicenza insiste,
batte la lingua sul tamburo
fino a dire che un nano
è una carogna di sicuro
perché ha il cuore toppo,
troppo vicino al buco del culo.
Fu nelle notti insonni
vegliate al lume del rancore
che preparai gli esami.
diventai procuratore
per imboccar la strada
che dalle panche d’una cattedrale
porta alla sacrestia
quindi alla cattedra d’un tribunale,
giudice finalmente,
arbitro in terra del bene e del male.
E allora la mia statura
non dispensò più buonumore
a chi alla sbarra in piedi
mi diceva Vostro Onore,
e di affidarli al boia
fu un piacere del tutto mio,
prima di genuflettermi
nell’ora dell’addio
non conoscendo affatto
la statura di Dio.
ἀθάνατοϛ ποίησιϛ lo spazio della lirica greca: Pindaro ottava pitica
ἄνθρωπος, αλλ' ὅταν αἴγλα διόσδοτος ἔλθη,
λαμπρόν φέγγος έπεστιν ανδρῶν καὶ μείλιχος αἰών
Esseri della durata d'un giorno. Che cosa siamo? Che cosa non siamo?
Sogno d' un'ombra l'uomo: ma quando un bagliore divino ci giunga
fulgido risplende sugli uomini il lume e dolce è la vita.
ἀθάνατοϛ ποίησιϛ lo spazio della lirica greca: Anacreonte, frammento 46
Ἐρέω τε δηὖτε χοὐχ ἐρέω
χαὶ μαίνομαι χοὐ μαίνομαι.
"Di nuovo amo e non amo,
son folle e non son folle".
Anacreonte Fr. 46 G.
Anacreonte nasconde l'intensità delle sue emozioni sotto la maschera di immagini leggiadre. Però, il filologo Albin Lesky ci fa notare che l'erotismo di Anacreonte non deve essere preso troppo sul serio, neppure però, deve essere sottovalutato perché egli sente la dolcezza della vita, a volte, quasi come un dolore: "Il fascino particolare di quest'arte [...] deriva da un singolare accostamento di contrari. Questo poeta che odia ogni eccesso e osserva con tanta sicurezza in se stesso la condizione intermedia fra l'amore e il non amore, la follia e la freddezza, domina sempre la propria espressione". Possiamo istituire un collegamento con un altro frammento di A. (Fr 111 G.) " Dadi di Eros sono le follie e i tumulti" l'idea dei tremendi effetti dell'amore è stemperata dall'immagine graziosa di un Amore bambino che gioca. Dunque il dramma eterno dell'amore e della follia, dell'amore e dell'odio, che scuote e devasta l'anima, Anacreonte non lo conobbe. Sfiorò Teogonide (1091 ss.) "Per il tuo amore sta male il mio cuore/ Lo so bene: è difficile odiare uno che si ama/ è difficile amare chi non vuole" Soltanto il nostro Catullo (c 85) espresse con la forza di un distico famosissimo e altrettanto angoscioso il dramma esistenziale di chi ama disperatamente: " Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris./ Nescio, sed fieri sentio et excrucior"..
Il banchetto della vita

Il manuale di Epitteto (Enchiridion) è composto da una serie di massime morali raccolte dal suo allievo Flavio Ariano. L'ideale di vita che si delinea è quello dello stoicismo, il saggio è l'uomo compos sui razionale, austero, capace di accettare serenamente tutto ciò che gli accade. La vita è qui paragonata a un banchetto, il commensale deve essere ben educato, servirsi con moderazione , e non essere smanioso nell'attesa del suo turno. Analogamente l'uomo assennato non dipende dai beni materiali, ed così degno di sedere accanto agli Dei. La perfezione arriva dunque quando l'uomo si rende insensibile a qualsiasi stimolo e riesce a dominare razionalmente le sue passioni: απάθεια (apatia). Il manuale di Epitteto ebbe una fortuna eccezionale nella storia delle filosofia e della letteratura: influenzò l'imperatore filosofo: Marco Aurelio, poi anche leopardi che lo tradusse in italiano, ed proprio sue la traduzione che vi voglio dare, poiché la trovo molto più bella e poetica delle traduzioni moderne.
Tieni a mente che tu ti déi governare in tutta la vita come a un banchetto. Portasi attorno una vivanda. Ti si ferma ella innanzi? stendi la mano, e pigliane costumatamente. Passa oltre? non la ritenere. Ancora non viene? non ti scagliar però in là collo appetito: aspetta che ella venga. Il simile in ciò che appartiene ai figliuoli, alla moglie, alla roba, alle dignità; e tu sarai degno di sedere una volta a mensa cogli Dei. Che se tu non toccherai pur quello che ti sarà posto innanzi, e non ne farai conto; allora tu sarai degno non solo di sedere cogli Dei a mensa, ma eziandio di regnare con esso loro. Per sì fatta guisa operando Diogene, Eraclito e gli altri simili, venivano chiamati divini, e tali erano veramente.
Costantino Kavafis I

E se non puoi la vita che desideri
cerca almeno questo
per quanto sta in te: non sciuparla
nel troppo commercio con la gente
con troppe parole in un viavai frenetico.
Non sciuparla portandola in giro
in balìa del quotidiano
gioco balordo degli incontri
e degli inviti,
fino a farne una stucchevole estranea .
Come splendidi corpi di defunti sempreverdi
pianti e sepolti dentro un mausoleo
la testa fra le rose coi gelsomini ai piedi -
tali a noi sembrano i desideri che passarono
senza avverarsi mai; e non uno che trovasse
la sua notte di voluttà o un suo mattino lieto.
In queste buie stanze dove passo
giornate soffocanti, io brancolo
in cerca di finestre. Una se ne aprisse,
a mia consolazione. Ma non ci sono finestre
o sarò io che non le so trovare.
Meglio così, forse. Può darsi
che la luce mi porti altro tormento.
E poi chissà quante mai cose nuove ci rivelerebbero.
Federico Tavan
Federico Tavan nasce ad Andreis in provincia di Pordenone nel 1949, ha avuto un'esistenza difficile segnata da problemi psichici sin dalla giovane età. Egli scrive nel suo dialetto friulano, queste sono le uniche cose che sento di dire, spero che le sue poesie riescano a parlare molto di più. (le poesie sono tradotte in italiano)
Il destino di un uomo
Poteva capitare anche a te
di nascere in un pentolone
tra rospi e intrugli
di streghe senza processo
e il dolore grande di una madre.
Io mi sono trovato a passare
da quelle parti
Vorrei
vorrei così tanto
parlare
di fiori
di uccelli
e di mille colori
là dove la vita
è felice
Quattordici anni
C'era la neve.
Ridevo a voce alta.
Credevo di essere
in un latro paese.
Le stringevo la mano.
Avevo quattordici anni.
Camminavo controvento.
Devo uscire,
bisogna che esca.
Voglio giocare
voglio vivere io, voglio vivere.
A quattordici anni
si può.
O mai più.
(1963)
Mio nonno
Per lui io ero il Signore,
ero le stelle e l'acqua,
ero tutto quello che c'è al mondo.
E tutto il bene che mi ha dato
io non so dove andava a prenderlo.
Nessuna poesia, nessun paradiso
mi rende il bene di mio nonno.
Quando mi sono innamorato
Quando mi sono innamorato
il cuore batteva:
lasciati andare,
questo è l'amore.
Io ho stretto i denti,
il cuore ha taciuto.
Andreis
Quattro case in croce.
Se non fuggi in tempo,
qui diventi vecchio e muori.
Qualche prato,
due tre montagne.
Se non fuggi,
non fuggi più:
diventi Andreis.
Ricordo un giorno professoressa
Non ti ho
più rivista
professoressa.
La vita separa
riportando ognuno
al suo nascondiglio.
Ognuno ha il suo cuore
ognuno ha la sua mente,
professoressa,
e il destino ce lo meritiamo.
Terza C
vent'anni fa
dodici chilometri di corriera
tu che arrossivi
spiegando Boccaccio
le mie poesie impugnate
come rose insanguinate,
quattro anni più di me
ci si poteva anche amare
ma io quella volta volavo,
professoressa.
Tutto quello che allora ti dicevo
si è avverato
il mio lungo sogno
ha attraversato il tempo e lo spazio.
Ricordo un giorno professoressa
durante l'ora di ricreazione
m'hai chiesto a bruciapelo:
"ma allora che farai?".
Ho indicato con i miei timidi occhi
l'esatta metà del muro che ci stava davanti:
"posso arrivare soltanto fin là,
per me è come salire in cima".
Mi ricordo mamma
Mi ricordo di quando
in una stanza d'ospedale
stringevo forte
la mano di mia madre
La guardavo negli occhi gialli
che mi lasciavano per sempre
poi le ho detto
-Mamma, io e te
non possiamo altro che morire.
Federico Tavan da " Da màrcheus a madònes".
Costantino Kavafis ITACA
ITACA
Se per Itaca volgi il tuo viaggio,
fa' voti che ti sia lunga la via,
e colma di vicende e conoscenze.
Non temere i Lestrigoni e i Ciclopi
o Poseidone incollerito: mai
troverai tali mostri sulla via,
se resta il tuo pensiero alto e squisita
è l'emozione che ci tocca il cuore
e il corpo. Né Lestrigoni o Ciclopi
né Poseidone asprigno incontrerai,
se non li rechi dentro, nel tuo cuore,
se non li drizza il cuore innanzi a te.
Fa voti che ti sia lunga la via.
E siano tanti i mattini d'estate
che ti vedano entrare (e con che gioia
allegra) in porti sconosciuti prima.
Fa scalo negli empori dei Fenici
per acquistare bella mercanzia,
madrepore e coralli, ebani e ambre,
voluttuosi aromi d'ogni sorta,
quanti più puoi voluttuosi aromi.
Recati in molte città dell'Egitto,
a imparare dai sapienti.
Itaca tieni sempre nella mente.
La tua sorte ti segna a quell'approdo.
Ma non precipitare il tuo viaggio.
Meglio che duri molti anni, che vecchio
tu finalmente attracchi all'isoletta,
ricco di quanto guadagnasti in via,
senza aspettare che ti dia ricchezze.
Itaca t'ha donato il bel viaggio.
Senza di lei non ti mettevi in via.
Nulla ha da darti più.
E se la ritrovi povera, Itaca non t'ha illuso.
Reduce così saggio, così esperto,
avrai capito che vuol dire un'Itaca.
Costantino Kavafis
Linque tuas sedes alienaque litora quaere,
iuvenis : maior rerum tibi nascitur ordo.
Ne succumbe malis : te noverit ultimus Hister,
te Boreas gelidus securaque regna Canopi,
quique renascentem Phoebum cernuntque cadentem;
maior in externas fit qui^ descendit harenas.
Petronio Arbitro.
Lucrezio, i testi: l'inno a Venere De rerum natura I 1-43


Aeneadum genetrix, hominum divumque voluptas,
alma Venus, caeli subter labentia signa
quae mare navigerum, quae terras frugiferentis
concelebras, per te quoniam genus omne animantum
concipitur visitque exortum lumina solis: 5
te, dea, te fugiunt venti, te nubila caeli
adventumque tuum, tibi suavis daedala tellus
summittit flores, tibi rident aequora ponti
placatumque nitet diffuso lumine caelum.
nam simul ac species patefactast verna diei 10
et reserata viget genitabilis aura favoni,
aeriae primum volucris te, diva, tuumque
significant initum perculsae corda tua vi.
inde ferae pecudes persultant pabula laeta 15
et rapidos tranant amnis: ita capta lepore 14
te sequitur cupide quo quamque inducere pergis. 16
denique per maria ac montis fluviosque rapacis
frondiferasque domos avium camposque virentis
omnibus incutiens blandum per pectora amorem
efficis ut cupide generatim saecla propagent. 20
quae quoniam rerum naturam sola gubernas
nec sine te quicquam dias in luminis oras
exoritur neque fit laetum neque amabile quicquam,
te sociam studeo scribendis versibus esse,
quos ego de rerum natura pangere conor 25
Memmiadae nostro, quem tu, dea, tempore in omni
omnibus ornatum voluisti excellere rebus.
quo magis aeternum da dictis, diva, leporem.
effice ut interea fera moenera militiai
per maria ac terras omnis sopita quiescant; 30
nam tu sola potes tranquilla pace iuvare
mortalis, quoniam belli fera moenera Mavors
armipotens regit, in gremium qui saepe tuum se
reiicit aeterno devictus vulnere amoris,
atque ita suspiciens tereti cervice reposta 35
pascit amore avidos inhians in te, dea, visus
eque tuo pendet resupini spiritus ore.
hunc tu, diva, tuo recubantem corpore sancto
circum fusa super, suavis ex ore loquellas
funde petens placidam Romanis, incluta, pacem; 40
nam neque nos agere hoc patriai tempore iniquo
possumus aequo animo nec Memmi clara propago
talibus in rebus communi desse saluti.
Madre degli Eneadi, piacere degli uomini e degli dei
alma venere che sotto le mobili volte stellate
vivifichi il mare pieno di barche e la terra che porta frutti
attraverso la tua azione ogni essere vivente
è concepito e vede nato la luce del sole
fuggono da te, o dea, i venti, e al tuo arrivo
le nubi del cielo, per te la terra industriosa
fa cresce dolci fiori, per te ridono le marine distese
e palcato, il cielo, risplende di luce diffusa.
Infatti, non appena si apre alla vista un giorno primaverile
e soffia con forza la brezza fecondatrice del Favonio liberato dai vincoli,
gli uccelli per primi annunziano te e il tuo arrivo,
colpiti nel cuore dalla tua forza.
Poi le fere belve e gli armenti gioiscono per i lieti pascoli
e attraversano i vorticosi fiumi così ognuno preso dal piacere
ti segue bramosamente dovunque tu voglia menarlo.
Insomma per mari e i monti e fiumi impetuosi
e le frondose case degli uccelli, e i verdi campi
spirando a tutti per il petto un blando amore
fai in modo che le stirpi cupidamente si propaghino per generazioni.
E poiché tu sola governi la natura delle cose
né qualsiasi cosa nasce senza di te nelle celesti regioni della luce,
né esiste qualcosa di lieto o amabile,
vorrei che tu fossi la mia musa nel scrivere versi,
che desidero cantare della natura delle cose
per il nostro Memmio, che tu, o dea, in ogni tempo
volesti che splendesse in tutte le cose ornato di virtù.
Per questo da', o dea, eterna bellezza alle mie parole.
Frattanto fa' in modo che le violente azioni militari
sia per mare sia per terra cessino sopite.
Infatti tu sola puoi giovare ai mortali con una tranquilla pace
poiché Marte che governa le guerre,
si stende, sfinito dall'eterna ferita d'amore, sul tuo seno,
e così guardandoti reclinato il liscio collo
pasce d'amore, a te anelando, gli avidi sguardi,
e mentre è sdraiato pende dalla tua bocca il sospiro,
tu o diva abbraccialo col tuo corpo santo mentre riposa,
fai scendere alla tua bocca dolci parole
chiedendo tranquilla e gloriosa pace per i Romani;
infatti noi non possiamo scrivere, senza preoccupazioni,
in questo tempo travagliato per la patria, né alla famosa stirpe di Memmio
in questi tempi non può mancare la salvezza comune.
Come abbiamo già visto Lucrezio è fortemente iconoclasta e critico verso il pantheon tradizionale romano, e non strano che inizi un poema, dove espone delle tesi materialistiche con l'invocazione della dea Venere? Come si concilia la supplica a Venere con la teologia epicurea che vedeva gli dei come degli enti estranei alla vita dell'uomo? Sono numerose le interpretazioni di questo inno. Alcuni vi vedono la celebrazione della pax, uno dei valori epicurei, di cui la dea è depositaria, altri considerano venere il simbolo della voluptas, , personificazione della forza fecondatrice della natura o allegoria del principio di vita cintrapposto al principio di morte che sarebbe Marte. Oppure alcuni vi vedono la personificazione del conflitto empedocleo tra φιλία ed ἔρις amore ed odio. Non bisogna neppure scordarsi che Venere era la dea protettrice del casato di Memmio, il destinatario dell'opera. Nel passo sono presenti alcune caratteristiche tipiche della lingua poetica lucreziana: le forme arcaicizzanti, le numerose anafore e allitterazioni, le perifrasi poetiche. Tali forme sono state consapevolmente utilizzate per rendere il lepos la grazia sottile nella composizione. Tutta la scena dell'epifania della dea è stata delineata con termini derivati dal campo semantico della luminosità. Venere è comunque vista come una musa, come una divinità ispiratrice, la sola capace di rendere leggerezza e grazia allo scritto. I versi 1 e 2 sono dedicati all'invocazione della dea, poi vi è la cosiddetta aretologia, cioè l rassegna delle virtù della dea e poi le richieste di favori. Segue l'excursus sul mito e compare ancora una richiesta per la dea.
giovedì 9 aprile 2009
Lucrezio, piccola introduzione
Vorrei partire con Lucrezio, uno degli autori che mi sta più a cuore.
Sono pochissime le notizie riguardo la vita di Lucrezio, San Girolamo scrisse che morì suicida a quaranta quattro anni. Visse durante gli anni burrascosi delle guerre civili, questo dettaglio è molto importante per comprendere la sua opera. Egli scrisse un poema di esametri diviso in sei libri: il De rerum natura, la natura delle cose. Lucrezio vide nelle dottrine di Epicuro una soluzione alla violenza che opprimeva il suo mondo. L'epicureismo era l'unica via che portava alla liberazione delle paure ataviche: la morte, il timore verso gli dei, l'aldilà, che portano l'uomo verso l'infelicità. Ma come si può conciliare lo studio della natura, la scienza, la conoscenza delle leggi meccaniche che soggiaciono al mondo, con l'intento di portare la felicità agli uomini, con l'etica? La conoscenza dei fenomeni fisici avrebbe potuto liberare gli uomini dai falsi timori e dalle superstizioni legate all'ignoranza. E qui bisogna puntualizzare il genere letterario del nostro poema: Lucrezio scrisse, infatti, un poema didascalico. Ecco un altro interrogativo, come si fa a diffondere una dottrina ardua come quella epicurea al popolo romano? Il trattato certamente sarebbe stato un mezzo comunicativo poco efficace. Quindi preferì fare uso della poesia, in un brano molto famoso egli, attraverso la metafora del medico, che spalma gli orli del bicchiere, dov'è contenuta una medicina amara, con del miele, esprime la sua poetica. Così la poesia serve a rendere più gradevole l'ardua dottrina epicurea, che è medicina dell'anima. Di qui il suo stile poetico perennemente elevato ed elaborato. Questo poema a mio parere sopravvisse soltanto per il suo stile. Lucrezio, infatti, sosteneva che la religione opprimeva con il suo peso la vita degli uomini turbando ogni loro gioia con la paura. Il nostro autore, man mano che spiega la natura delle cose cerca di tener desta l'attenzione del suo "discepolo", lo esorta a non perdersi e a non credere che la dottrina, che sta esponendo non è errata. Il suo argomentare è profondamente scientifico, utilizza il metodo del sillogismo a una premessa fa sempre seguire una conclusione che argomenta con un uso molto ricco di immagini. Quello dell'immagine è un tratto saliente della poesia lucreziana, la lingua latina era povera di termini tecnici, così i concetti filosofici dovevano essere trattati attraverso l'uso di immagini e metafore. Così a una retorica del mirabile, si sostituisce una retorica del necessario, che il contrario del miracoloso. Il destinatario fatto responsabile agli insegnamenti diventa responsabile della sua grandezza intellettuale. Questa è la radice del sublime, che non è solo una forma stilistica, ma anche una forma di di interpretazione e percezione del mondo. Possiamo notare come nel testo Lucreziano vi sia una carica rivoluzionaria, egli mette in discussione tutti i valori tradizionali della società romana, i fondamenti sociali culturali e religiosi, il mos maiorum. Come disse bene il latinista Concetto Marchesi: "la scienza ebbe in Lucrezio il suo unico grande poeta". Ma non fu il primo a mettere in poesia argomenti filosofici come Senofane, Empedocle e Parmenide. In particolare è interessante notare il titolo del poema di Empedocle: Περὶ Φύσεως, Perì phýseōs, attorno la natura. Oltre a questi modelli, Lucrezio riprese, dal punto di vista letterario, Omero e i tragici greci. Ad esempio, nel'elogio a Epicuro del libro primo Lucrezio ha ripreso l'Iliade ( XVII 166 ss.), la descrizione delle tranquille dimore degli dei ( De rer. III 19-22) è modellata sulla base dei versi 42 e ss. del libro VI dell'Odissea, e la narrazione dela scrificio di Ifigenia è esemplata sullo schema euripideo. Oltre a questi riprese anche Tucidide per quanto riguarda la descrizione della peste d'Atene nel libro sesto. Vi si possono scorgere anche echi dei lirici greci come saffo, oppure, per quanto riguarda la poetica Callimaco, e i richimi al locus amoenus a Teocrito. A parte questi precedenti greci importantissimo per capire lo stile arcaicizzante lucreziano è l'influsso del poeta latino Ennio. Lucrezio, per quanto riguarda le scelte lessicali, sintattiche, fonologiche e metriche ricalca molto lo stile di Ennio. Lucrezio, infatti, per perseguire il lepos, una grazia sottile nello scrivere, fa un uso massiccio di termini arcaicizzanti. Come abbiamo visto in precedenza, l'intento di Lucreio era quello di rendere sereno l'animo degli uomini liberandolo dai falsi timori provocati dall'ignoranza delle cause. Ma nel corso del poema vediamo che vi sono descrizioni fosche e pessimistiche. In un famosissimo passo del libro quinto il poeta insiste al lungo sul fatto che la natura è del tutto incurante delle esigenze degli uomini. Addiruttra il suo poema termina con la devastante descrizione delle peste di Atene. Non bisogna però credenre che Lucrezio abbia abiurato le sue tesi epicuree per rifugiarsi in un cupo pessimismo, anzi tali digressioni non certo felici fanno parte dell'economia del poema. La ratio da lui esposta è forira di serenità, che trae origine dalla comprensione razionale dei meccanismi di nascita, vita e morte della natura. Inoltre, in particolare l'episodio della peste di Atene, mette in luce le mare conseguenze dell'ignoranza, il terrore atavo della morte e l'egoismo degli uomini. Quindi tali parti del poema risulatano essere degli esempi.
Il testo del De rerum natura è quasi interamnente conservato in due codici del IX secolo detti Oblungus (O) e Quadratus (Q) conservati a Copenhagen e a Vienna. Un certo numero di codici umanistici riprende il testo tratto scoperto e lacunosamente emendato da Poggio Bracciolini nel 1418. L'editio priceps, cioè la prima edizione a stampa, fu eseguita nel 1473 da Ferrando da Brescia.